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Titti Marrone: dalle tecniche giornalistiche al racconto dei traumi della guerra

Titti Marrone ci parla del suo libro in gara al premio Croce “Se solo il mio cuore fosse pietra”.

Per le Nostre notizie cultura tre Titti Marrone, giornalista e professoressa universitaria di storie e tecniche del giornalismo alla Suor Orsola Benincasa di Napoli, ci racconta del suo ultimo libro “Se solo il mio cuore fosse pietra” in gara al premio Croce.

Curiosamente le chiediamo come sia cambiato fare giornalismo in questi ultimi anni e Titti, con entusiasmo,ci risponde dicendo che c’è stata una vera rivoluzione inarrestabile che procede trasformando sia il modo di dare e notizie che il modo di riceverle.

Ad aver determinato questa rivoluzione in fieri è la reteche, con la sua natura di rivoluzione perenne e di cambiamento, ci rende impossibile possibile constatare un punto di arrivo.

Titti ha iniziato a fare giornalismo nei primi anni 80’ quando l’egemonia dell’informazione era detenuta dalla carta stampata e dalla televisione che condividevano dei codici generali; ma da quando con la rete i giornalisti sono stati detronizzati dal loro ruolo di unici produttori di informazione il campo del giornalismo si è allargato in modo indicibile; oggi pasta possedere un device e inviare una sollecitazione, un video, un elemento informativo a un’emittente o a una delle piattaforme social per introdurre un nuovo elemento nell’ambito dell’informazione e quindi per fare in modo che si crei la sensazione che tutti possono essere giornalisti, la verità è che non è così, ci sono delle cose che rimangono sempre uguali: le caratteristiche che un giornalista deve avere per assicurare un’informazione corretta. Proprio l’allargamento della possibilità di fare giornalismo fa si che sia sempre più importante informare in base a delle determinate caratteristiche e a degli aspetti che devono essere sempre alla base dell’informazione: la veridicità ele verificabilità delle fonti. Bisogna incrociare almeno tre fonti per essere certi di una notizia, l’etica dell’informazione, l’importanza di non usare in modo personalistico l’informazione in quanto i giornalisti sono dei filtri, degli elementi di mediazione e non si devono sovrapporre alla notizia. Sono questi dei parametri giornalistici di estrema importanza sia per l’epoca contemporanea che per quella passata.

[…]

La parola è il mattone con il quale il giornalista costruisce il suo edificio comunicativo quindi essa deve essere verificata, limata e adoperata in modo appropriato, non se ne deve fare un uso spropositato ma nemmeno ridondante; bisogna rifuggire, soprattutto in vicende dolorose come quella della guerra in Ucraina,non bisogna mai abbondare in patetismi o elementi che hanno un che di morboso e che violano un senso di pudore e riservatezza del dolore rispetto alle quali il giornalista deve porsi in veste di tutore, e proprio la guerra in Ucraina ci fa capire come sia difficile calibrare le parole perchè la propaganda Russa, e in qualche modo anche l’esigenza ucraina di contenere un effettoformativo negativo, portano al dilagare di espressioni verbali che spesso non sono verificabili e spesso ingannano fornendo contenuti informativi sbagliati ed è per questo che è difficile orientarsi in contesti come quello di una guerra.

Ogni guerra è sempre stata sottoposta ad un regime di controllo e censura, di fatto noi non sappiamo realmente gli esisti della guerra a cui stiamo assistendo, non sappiamo realmente chi sta vincendo e chi sta perdendo, abbiamo un senso diffuso di consapevolezza che nessuno vince e tutti perdiamo, però, dal punto di vista della modalità di procedimento della vicenda bellica, è difficile equilibrare gli elementi ma se si riesce ad usare la parola facendo ricorso all’eticità del giornalista e ammettendo quando non si è in grado di raccontare come stanno veramente le cose allora quello saràestremante importante ed evidenzierà il valore e l’onestà di chi scrive.

C’è un tramite per il quale oggi si racconta la vicenda contemporanea: quella delle storie per introdurre il racconto. L’uso della parola nel racconto delle storie è molto più rispettoso e, a volte, una storia è molto più efficace ed esplicita rispetto a degli scenari di guerra che un giornalista da solo non è in grado di costruire.

A questo punto Titti ci parla del suo libro in gara al Premio Croce collegandosi alle ultime cose dette in relazione alle storie. La giornalista è convinta che una piccola storia ci mette in contatto con la realtà molto di più di quanto a volte facciano grandi trattati; proprio la storia del passato può essere ripercorsa in modo efficace e utile a sollecitare certi elementi di conoscenza se noi ci riferiamo ad essa per il tramite delle storie come lei fa nel suo libro.

La vicenda ha una grande potenza.

Vediamo sulla copertina due bambine, due tra i venticinque bambini ospitati dopo il 1945, anno della liberazione dai campi di sterminio. Queste bambine sono ospitate nella casa di campagna di un benefattore ebreo che la mette a disposizione a un gruppo di psicanaliste, pedagogiste, educatrici. Questo gruppo si ripromette di portare i bambini a vivere una vita che a loro è stata negata. Molti di questi bambini vengono da orfanotrofi o soffitte. Il racconto del suo libro è il racconto, suffragato da una grande mole documentaria, del trauma, di quanto un forte trauma, nel tempo, diventa lacerante. Essa ha potuto seguire la vicenda di questi bambini dall’inizio fino alla loro età adulta, fino agli anni 70’. Titti Marrone dichiara che il suo non è un libro sulla shoah ma su ciò che accade dopo, sui traumi di tutte le guerre.

In fondo, vedendo scorrere in televisione le vicende dei bambini ucraini nascosti nelle metropolitane o di quei bambini deportati in Russia, la giornalista ripensava alla storia del suo libro e a come la storia non sia maestra di vite se noi siamo predisposti a ripetere sempre gli stessi errori.

Le Nostre notizie augura a Titti Marrone tanta fortuna per il Premio Croce e di poter continuare a raccontarcimille storie con la stessa passione con la quale ci parla del su libro “Se solo il mio cuore fosse pietra”.

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