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Valeria Tron, in gara al premio Croce 2023, ci racconta il suo libro e una lingua ''particolare''


Aostasera
Aostasera

Penultimo ospite della terza stagione di Le Nostre Notizie Cultura 3 è Valeria Tron. E' artista a tutto tondo: illustratrice, scrittrice, artigiana del legno e cantante, considerata la voce delle valli occitane e valdesi... E' finalista nell'edizione 2023 del Premio Letterario Benedetto Croce con il suo libro ''L’Equilibrio delle Lucciole”.


Benvenuta Valeria e grazie per aver accettato l'invito. Come prima cosa ti chiedo: ci puoi illustrare come prima cosa che cos'è questo ''Occitano''. Dove si parla? Insomma raccontaci qualche curiosità su questa lingua

L’occitano, nella mia valle chiamato familiarmente Patois, é una delle varianti della lingua d’Oc o provenzale antico, nata nella Francia meridionale intorno al X-XIII secolo e distinta dalla lingua D’Oil, ovvero il francese antico parlato nella Francia del Nord. Sono lingue sorelle, francese e patois, entrambe appartenenti al ramo delle lingue galloromaze. Chiunque può essere inciampato almeno un volta nelle parole della mia lingua: attraverso la famosa Chanson de Roland studiata ai tempi delle medie; nella parlata di Arnaud Daniel, citato da Dante nella Divina Commedia; nelle liriche trobadoriche e nei romanzi di Mistral ( premio Nobel per la letteratura nel 1904). Lingua poetica e musicale, capace di inserirsi nella letteratura e risuonare contemporanea. Per me è lingua latte, ovvero la lingua che mi precede e ha allattato i sensi, addestrato le mani, riservato parole, immagini e concesso il coraggio della testimonianza. Ogni lingua di terra è il seno che nutre le parole cardinali, la bussola sentimentale alla quale si confida chi ne è portatore. La mia Valle prende il nome dal suo torrente: Germanasca; è la linea d’acqua che disegna i valloni alti che chiamo Meizoun ( casa): Prali-Rodoretto e Salza-Massello. È un fazzoletto di terra minuscolo, fa cerniera tra le vette del torinese e la vicina Francia ( passaggio/valico dal Gran Queyron). Una Valle Valdese ricca di storia, resistente, autentica e rurale, venata di marmo e talco purissimo, ha saputo nei secoli fare nido alla lingua che continua, sebbene fiaccata, a cantare le sue parole. Cantare è il verbo adatto e vale, a mio avviso, per tutte le micro culture che resistono all’omologazione e si passano, oltre alle parole, la memoria prospettiva dei canti, intesi come dimensione memoriale. Si immagini un pugno di case sulla schiena rocciosa di una montagna, il poco che qui chiamiamo essenziale e allarga il concetto di casa a ogni palmo di terra raggiungibile con lo sguardo, si aggiunga a questo una lingua che si esprime per immagini, ed ecco che si ha una fotografia immediata del luogo che mi ha cresciuta e del perché, pur con tutte le sue piaghe, è importante liberarne la musicalità. A ben pensare, è proprio con questa parola cardinale “Libertà” che la mia lingua ha mosso i suoi passi: ancora oggi si snoda serpentina dai Pirenei a quattordici piccole valli Piemontesi, per poi risalire in Val D’Aosta e scendere al Sud Italia dove ha messo radici. Guardia Piemontese (Calabria) e due piccoli comuni nel Foggiano sono un esempio felice di diaspora dove il Patois ha attecchito e tutt’ora resiste. Considero di valore essere figlia di questa lingua, maestra di fratellanza e bellezza, costantemente mossa dalle storie raccolte e necessità di relazione.

Come mai hai iniziato a scrivere? Cosa ti ha spinto?

La parola Scrittura per me ha la forma di un ventaglio e ogni grammatica scoperta, accudita, osservata, assorbita, diventa pennino da intingere per lasciar segno. Da artigiana credo di aver scritto su molte pelli: legni, ferro, argilla e ceramica, stoffe, calce, pietre, fibre. Da illustratrice ho trascritto in colore le storie interiori; da musicista ho imparato a “editare” l’orchestra e le parole da riverberare nello spazio di una canzone; da donna di terra, ho scritto il mio tempo con quello delle semine, dei fiori, degli alberi e degli animali che ho accudito. Insomma, scrivere per me equivale a vivere. Credo che Musica, Poesia e Scrittura siano tra quelle parole che anticipano il loro significato e sanno trasportarsi plurali pur partendo singolari. Ogni qual volta un bambino viene attraversato dallo stupore, attratto dalla bellezza, ecco: quello è il dardo della poesia. Quando ci si ferma a osservare le grafie della natura, la tavolozza dei colori che dispone come alfabeti, la scelta dei gesti semplici, le pagine nuove che il tempo riscrive sulla pelle di ogni cosa: ecco la Scrittura. La voce uterina della madre, la prima canzone che profuma di casa e ci incanta da bambini, i suoni addomesticati che tornano ogni giorno: ecco, la Musica. Per curiosità impellente ho imparato a leggere: nella chiesetta di Massello c’era una grande Bibbia sul leggio, e il segnalibro di velluto aperto tra le pagine del Cantico dei Cantici. Avevo cinque anni. L’anno seguente, una volta messe a dimora le parole, ha bussato la poesia e ha preteso ogni attenzione. Per obbedienza ho scritto la prima poesia. La nascosi sotto un larice il secondo giorno di scuola elementare. A ogni disegno associavo un racconto, finché non ho imparato la fusione tra i due: per immaginazione anche il colore diventava storia. A undici anni ho capito che scrittura e musica erano esigenze sorelle, così, per liberarle, ho scritto la prima canzone. Non potrei dunque affermare che la scrittura sia stata una scelta, giacché colgo letteratura in ogni cosa e la impasto da sempre alla necessità espressiva e creativa, ma posso certamente confessare che queste scritture mi abbiano salvato la vita, indirizzata alla scelta, alleviata dalle sofferenze, riscattata concedendomi il coraggio di rispondere in modo gentile. La scrittura lenta della forma romanzo è stata la scoperta più eclatante: l’urgenza che mi ha contraddistinta sempre trova modo di defluire a misura di soffio, lasciandomi libera di aprire l’intero ventaglio di grammatiche e semi letterari raccolti e serbati. Scrivere è scegliere, farsi ventilabro per separare le parole buone dalla pula.

Per concludere, ci parleresti del tuo nuovo libro ''L’Equilibrio delle Lucciole” in gara al Premio Croce 2023?

La sua genesi è singolare, distante da quello che si potrebbe definire un normale iter di pubblicazione fatto di scrittura, bozze inviate e successivamente valutate dall’editore scelto o più editori. Nel mio caso, la storia inizia ben prima della stesura, con un paio di promesse da mantenere e la fiducia di Mariagrazia Mazzitelli, direttrice editoriale di Salani. Venne lei, un giorno d’estate e fieni, a consegnarmi un coraggio nuovo: scrivere la mia casa interiore, renderla viva tra le pagine. Le risposi, allora, che avrei mantenuto parola nel solo modo in cui potevo concepire un impegno tanto delicato: scrivere interiormente da capo a fine, parola per parola, e poi lasciarle scivolare a tempo debito. “Le mani pensano e la testa crea, solo se lavoro con entrambe posso leggermi dentro” dissi. La sua fiducia e quel coraggio consegnato, mi permisero di prendere il tempo, ruminare, scavare, restituire. Salani è diventata porto e famiglia, ancor prima che il romanzo andasse in stampa. La casa interiore, dunque, era la richiesta. Le stanze, la borgata, la terra, le voci e la memoria di cui siamo composti. Non il luogo che abitiamo, bensì quello che ci abita. Apparentemente semplice, eppure complesso oltre misura. Domande e risposte che si intrecciano tra i vuoti e i pieni dell’ intimità. “Per scendere in profondità, tocca ascendere, e viceversa”, diceva mio padre. Dunque ho sentito la responsabilità di essere degna figlia di un minatore e ho preso a esplorarmi, non senza paura, non senza far i conti con strappi e distanze. Trovandomi impacciata nella vastità, ho intuito che l’unico lume adatto a orientarmi doveva necessariamente avere la forma di un’acetilene accesa di fiducia. Con la sua fiamma mi sono addentrata: erano stanze buie nascoste alla luce per anni, pozzi profondi blindati volutamente, pietre talmente importanti da voler lasciare sempre una piccola fiamma per testimoniarle vive, pianori ricchi di momenti lieti, tetti divelti da un vento doloroso o violento. Rifare i conti con quella composizione sentimentale e far brillare una vena bianca da confidare all’altro è un atto temerario, liberatorio, pieno di confidenza. Così, senza sovrastruttura, mi sono persa e ritrovata in un impasto di sentimenti che sono diventati personaggi: dieci personaggi descritti più uno scritto che è, appunto, la mia lingua. L’anziana Naná rappresenta la speranza: chiave di volta di ogni cultura di terra e della memoria proattiva. Adelaide è l’intelligenza emotiva: colei che mette in moto i cambiamenti. Levì porta la fedeltà: specchio imparziale nel quale riflettere riposte. Gioele porta gentilezza: la consapevolezza che siamo il prolungamento delle azioni e delle intenzioni che qualcuno a deposto e accudito per noi. Così vale anche per tutti gli altri personaggi: ognuno con il suo sentimento in dote. La metamorfosi interiore, dunque, quell’atto di ricostruzione necessario per consegnarsi senza filtro o paura di ripensarsi nuovi, evolvere e testimoniare una piccola luce: come lucciole, appunto, mosse per amore. Ed è per amore che ho scritto, con la speranza di restituire alle croci della mia terra il tempo della fioritura, un disgelo necessario, per come avevo promesso a mio padre prima che morisse: restituire il cuore della Meizoun. Inutile dire che scavare, scrivere e restituire, ha davvero stuccato d’oro le mie crepe. Una volta rilegate, queste pagine si sono involate libere di cantare verso gli altri. Ora sono di tutti, come un seme lanciato e accolto da mani custodi. Il viaggio fin qui compiuto mi ha arricchita di un tesoro inestimabile: affetto, mani tese, condivisone, relazioni, bellezza improvvisa e migliaia di sorrisi accoglienti. Una casa, insomma, una Meizoun che ha scardinato il concetto Confine come qualcosa che ha “una fine”, e l’ha sostituito col suo contrario, ben più gentile e collettivo, ovvero qualcosa che ha “un fine comune”: la risonanza.

Ringraziamo Valeria Tron per il tempo che ci ha dedicato e le facciamo i nostri più sentiti auguri per il futuro!

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